Metto subito avanti un concetto a mio avviso irrinunciabile per condurre ogni discorso sulla Didattica a distanza:

la Dad non è un episodio, ma lo stadio – terminale – di un’evoluzione verso l’assenza.

Arriviamoci per gradi.

Nelle ultime settimane sono stati pubblicati i risultati delle prove Invalsi del 2021 e, anche per via dell’avvicinarsi di settembre, il discorso sulla scuola è tornato a occupare un posto rilevante nel dibattito politico nazionale. I risultati mostrano infatti un calo significativo dei rendimenti in materie “centrali” come italiano e matematica [1], e questo ha generato la reazione di diverse fazioni politiche, che si dichiarano, piuttosto concordemente, contrarie alla Dad. [2]

Non è difficile intravedere in questo nuovo compattamento una prima contraddizione: la Dad, tanto promossa in inverno, diventa oggi un bersaglio, e la necessità di assenza è ribaltata ora in necessità di presenza. È chiaro perciò che – a prescindere dal giudizio specifico sui dati Invalsi – ci troviamo di fronte a un opinionismo volatile, e verosimilmente a un nuovo programma di intercettazione del consenso. Sarà interessante, magari, riparlarne ad anno scolastico cominciato e con i contagi di nuovo in aumento, quando cioè si innescherà, tra i partiti, un altro tiro alla corda fasullo, in concreto giustificante la Dad (che è in linea, per giunta, con la gamma delle restrizioni pandemiche, rivolte soprattutto contro le attività giovanili [3]).

Per guardare al di là di questo opportunismo, allora, occorre – e dovrebbe valere come regula universalissma – inspessire il problema, riceverlo nella sua complessità. I risultati negativi degli Invalsi sono infatti preoccupanti, senza dubbio, ed è impossibile non tenere conto della faccenda Dad per darne ragione. Ma un discorso serio – che cerca di distinguere il problema effettivo dalle strumentalizzazioni – deve partire dall’inquadramento del tema in un discorso più ampio: la linea che riconduce eziologicamente i risultati degli Invalsi alla Dad, per quanto del tutto plausibile (direi anzi difficile da confutare), è tuttavia distraente e semplificatrice. Primo, perché, come detto, è necessario tenere ben presente chi – quale fazione politica – si pronuncia in questo senso, con quale scopo, e come giustifica questa schizofrenia di opinione; secondo, perché è imprescindibile collocare i risultati Invalsi all’interno di una statistica che riguardi un arco di tempo più ampio dell’ultimo biennio (nonché all’interno di un ragionamento, comunque già esistente, sulla validità delle stesse prove Invalsi [4]).

Lasciando da parte quest’ultimo punto, troppo complicato da trattare qui, mi concentro sul primo, e affermo che – anche in questo caso – ciò che conta davvero è mirare a una prospettiva olistica, che studi la Dad come fenomeno di un certo progetto di società. Anche la mia e quella di molti insegnanti, dunque, è una critica alla Dad; che non vuole però confondersi con le critiche sorte adesso (cioè, si noti, in piena pausa didattica) e che si giustificano nei risultati degli Invalsi. Ciò che è successo, a mio parere, è infatti che la classe politica si è accorta dello stremo cui sono state condotte famiglie e scuole a causa della Dad (che significa tenere i figli a casa, per le prime, e accelerare il processo di tecnologizzazione, per le seconde): questo aspetto, unito alla parallela campagna vaccinale (perché tornare in classe vuol dire praticamente esigere ragazzi e professori vaccinati), è sufficiente per ribaltare il punto e mirare a intercettare una frequenza di consenso, che se prima era per uno #stayhome indefesso, o al massimo indecisa, ora è più decisamente per il ritorno in presenza.

Intendiamoci: che la scuola torni in presenza definitivamente (ma, ripeto, ne parleremo quando non accadrà e mi prendo le responsabilità di questa profezia) è solo un bene. Quello che non bisogna dimenticare, tuttavia, è che oltre all’accadimento, nella società degli algoritmi, è necessario studiare anche le narrazioni e gli obiettivi entro cui gli accadimenti vengono inseriti, e cavalcati. Se osserviamo i punti di vista della politica contraria alla Dad, ci accorgiamo infatti proprio di questo, cioè che, per quanto venga osteggiata, la Dad è sempre considerata come un episodio (cattivo, sì, ma accidentale), non come sintomo di un movimento della società, che nei fatti non viene mai messa in discussione. Non è un caso, quindi, che Teresa Bellanova di Italia Viva – giusto per prenderne una – criticando la Dad parli di scuola come «straordinaria occasione per la mobilità e l’ascensore sociale»[5]: l’opposizione alla Dad (nel suo caso e in quello di molti) è un’opposizione in ogni caso interna a un’idea di scuola come fabbrica di esseri produttivi e funzionali alla società.

Ecco perché la Dad – che è classista e privilegia scuole attrezzate e famiglie più ricche – tutto sommato non deve stupirci: in quanto sottrazione dei corpi e dell’esperienza empirica (en + peira = esperienza dall’interno) la Dad concretizza il sogno spettrale – rincorso negli ultimi decenni – di una scuola funzionalista e propedeutica all’asservimento al Capitale, dove il focus è il passaggio di dati e l’effetto collaterale il soffocamento dello spirito critico e della coscienza di gruppo.

I dati degli Invalsi chiamano allora in causa due problemi: uno superficiale sull’andamento effettivo dei test; uno profondo sull’idea di società che stiamo costruendo. I partiti glissano sulla seconda, e sulla prima fabbricano un teatrino tutto interno all’accettazione della scuola come addestramento alla produzione, che svela un’incoerenza di sguardo, un programma ideologico e, infine, la sempre più normalizzata resa al mercato e alla cultura del non-esserci.

[1] https://www.ilsole24ore.com/art/allarme-invalsi-95percento-esce-scuola-competenze-base-fortemente-inadeguate-AEMnGtW

[2] Qui ne vengono raccolte alcune, che citerò anche più oltre: https://pagellapolitica.it/blog/show/1153/invalsi-cosa-dicono-davvero-i-dati-sulla-scuola-in-tempi-di-dad

[3] https://voxeurop.eu/it/covid19-i-giovani-europei-colpevoli-dei-contagi-o-vittime-della-pandemia/

[4] Il discorso è molto lungo, perciò, come punto di partenza, rimando a questo link che raccoglie alcuni pro e alcuni contro: https://www.proversi.it/discussioni/pro-contro/61-prove-invalsi

[5] https://www.facebook.com/100044357082884/posts/361825738639326

NOTE SULL'AUTORE:

Antonio Francesco Perozzi è nato nel 1994 e vive a Vicovaro, in provincia di Roma. È autore del romanzo “Il suono della clorofilla” (L’Erudita, 2017) e della silloge “Essere e significare” (Oèdipus, 2019, prefazione di Francesco Muzzioli). Suoi racconti, articoli e poesie sono apparsi in antologie, blog e riviste.

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